Molte riviste on-line per medici e programmi radiotelevisivi ripropongono linee guida e consigli per le cefalee a testimonianza, da una parte, dell’importanza sociale di questa patologia e, dall’altra, della difficoltà di far accettare a tutta la classe medica precise linee guida per la diagnosi e la cura delle cefalee. Nonostante i numerosi tentativi delle società scientifiche nazionali e internazionali sull’argomento, esistono a tutt’oggi molte linee guida: Nazionali (in quasi tutti i paesi occidentali), Continentali (Americane, Europee, Asiatiche), per fasce di età, etc.

Facendo un passo indietro, il termine “cefalea” trae le sue origini etimologiche dal greco (kefalè testa e algòs dolore) tradotto letteralmente in mal di testa. I primi riferimenti certi ad una forma di cefalea accompagnata a disturbi visivi risalgono addirittura al 3000 a.C. e provengono dalla Mesopotamia: “e la testa è piegata con dolore che attanaglia le tempie… e i suoi occhi sono afflitti da oscuramento e nebulosità”. Nonostante una così datata genesi, il formulare nel 2020 una semplice diagnosi di “cefalea” rappresenta una non diagnosi, un atto generico, grossolano e inutile. Il termine non dà infatti alcuna informazione sul tipo di cefalea, sulla sua gestione e sulla prognosi, e questo nonostante nel corso degli anni siano stati proposti diversi sistemi classificativi delle cefalee, di cui l’ultimo ad opera dell’International Headache Society nel 2018 nella quale sono riportati oltre 200 tipi di cefalea.

Rimane però il fatto che tutt’oggi arrivano nei nostri Pronto Soccorso pazienti con diagnosi di “cefalea” effettuata da medici di medicina generale e/o colleghi di tutte le specialità – neurologi compresi – così come capita di leggere nelle cartelle cliniche in dimissione la diagnosi di “cefalea”, a dimostrazione di un utilizzo indiscriminato e generico del termine.

A sostegno di tale tesi la dott.ssa Cevoli del gruppo di Bologna ha effettuato uno studio, analizzando i pazienti che giungevano presso un Centro Cefalee in Italia, evidenziando che del 71% dei pazienti che ricevevano la diagnosi di emicrania solo il 26.8% aveva precedentemente ricevuto questa diagnosi prima della visita al Centro.

Questa “non diagnosi” avviene probabilmente per una serie di motivi:

  1. molti emicranici, soprattutto a bassa frequenza di crisi, non si recano dal medico perché ritengono che l’emicrania non sia una malattia vera e propria e che dipenda da sinusite o artrosi cervicale per cui basta una semplice “bustina” consigliata dall’amico-parente perché “tanto non si può far nulla”;
  2. scarsa comunicazione medico-paziente (basti pensare alla superficialità e al poco tempo dedicato agli emicranici);
  3. l’aspetto qualità di vita quasi mai indagato.

Un aspetto non secondario è anche la mancanza di aggiornamento da parte dei medici, specialisti e non, e dei farmacisti. Tutto ciò si ripercuote sulla diagnosi corretta (confusione tra cefalea di tipo tensivo ed emicrania, terminologia non uniformata come ad esempio per l’emicrania con aura definita “comitata”, “accompagnata”, “visiva” etc), sulla terapia (prescrizione e abuso di prodotti da banco senza una diagnosi precisa), con conseguenza sulla gestione del paziente emicranico che a volte porta alla cronicizzazione dell’emicrania.

A conferma del rapporto medico-paziente no ottimale, in una casistica della Mayo Clinic il 74% dei pazienti che si era recato regolarmente dal medico nell’anno successivo alla diagnosi di emicrania, scendeva al 21% nei tre anni seguenti.

Quindi nel tentativo di gestire meglio il pianeta emicrania, oltre che migliorare questi aspetti, dovremmo valutare la malattia emicranica da un’ottica diversa tenendo conto della stretta relazione circolare di cui è vittima il paziente: “life-long disease” >  potere invalidante >  effetti sulla qualità della vita >  impatto socio-economico. A questo proposito un indicatore che tiene conto di questa relazione circolare, da affiancare alle scale già esistenti sulla disabilità e che andrebbe sempre utilizzato, è rappresentato dagli anni di vita vissuti con disabilità (YLD). Una ricerca evidenzia come l’emicrania sia la seconda causa di disabilità e tra le prime dieci cause di YLD in tutto il mondo, tanto da far richiedere agli autori una maggiore attenzione nei dibattiti sulle politiche sanitarie e nell’allocazione delle risorse di ricerca (1). Un altro studio conferma inoltre che ci sono bisogni insoddisfatti nell’emicrania in termini di diagnosi e terapia auspicando una migliore gestione per il trattamento di questa malattia (2).

Ne consegue che dovremmo sempre più spesso valutare il “burden” della malattia emicranica (3) tenendo conto del concetto più ampio di peso della malattia attraverso vari aspetti (fig 1): prevalenza dell’emicrania, impatto complessivo (definito principalmente come qualità di vita ridotta o disabilità), impatto sul lavoro o sulle attività scolastiche, impatto sulla vita familiare, peso della malattia tra le varie crisi emicraniche e costi delle malattie (il costo medio annuo per emicrania per ogni singolo paziente è in Europa pari a 1.222 euro).

È quindi necessario identificare strategie che possano consentire un miglioramento della qualità di vita di questi pazienti, soprattutto delle donne, che ha importanti riflessi sociali e economici,  attraverso modifiche di quelli che sono i sistemi di welfare (gestione dei dipendenti, congedi e/o permessi per malattia, invalidità civile da cefalea, etc.) e sanitari (diagnosi e cure adeguate, riduzione liste d’attesa Centri Cefalee, salute sul lavoro, etc.), al fine di ridurre al minimo i bisogni insoddisfatti della malattia emicranica.

Bibliografia
  1. GBD 2016 Headache Collaborators. Global, Regional, and National Burden of Migraine and Tension-Type Headache, 1990-2016: A Systematic Analysis for the Global Burden of Disease Study 2016 Lancet Neurol . 2018 Nov; 17 (11): 954-976. doi: 10.1016/S1474-4422(18)30322-3.
  2. Takao Takeshima, Qi Wan , Yanlei Zhang , Mika Komori , Serina Stretton , Narayan Rajan , Tamas Treuer , Kaname Ueda. Prevalence, Burden, and Clinical Management of Migraine in China, Japan, and South Korea: A Comprehensive Review of the Literature. Review J Headache Pain . 2019 Dec 5;20(1):111. doi: 10.1186/s10194-019-1062-4.
  3. Matilde Leonardi, Alberto Raggi. A Narrative Review on the Burden of Migraine: When the Burden Is the Impact on People’s Life. Review J Headache Pain. 2019 Apr 25; 20(1): 41. doi: 10.1186/s10194-019-0993-0.
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