La riabilitazione, sia singola che multidisciplinare con lo scopo  di intervenire su uno o più deficit specifici è ampiamente acclarata come di grande utilità nella sclerosi multipla,  l’attività fisica intesa come una attività strutturata, ripetitiva e pianificata, svolta per un periodo di tempo prolungato, allo scopo di migliorare la condizione fisica (“fitness”) e la capacità funzionale di una persona solo più recentemente è stata sempre più considerata all’interno di un programma terapeutico sintomatico. È stato ampiamente dimostrato come la maggior parte delle persone affette da sclerosi multipla tende a svolgere una ridotta attività fisica: Kinnet-Hopkins e collaboratori in una meta-analisi di 21 studi su un totale di 5303 pazienti hanno concluso che le persone con SM fanno meno esercizio fisico di soggetti sani, ma non di soggetti affetti da altre malattie croniche; Ploughman e collaboratori hanno dimostrato che la riduzione di attività fisica che si accompagna all’invecchiamento sembra essere più evidente in pazienti con SM rispetto a soggetti non malati di pari età, ma è comunque presente indipendentemente dalla durata della SM e dal livello di disabilità a essa conseguente, configurando una relazione diretta tra diagnosi di SM e riduzione dell’attività fisica: ciò comporta un  aumentato rischio di obesità, osteoporosi, disfunzione cardiovascolare e infezioni, oltre che perdita di massa muscolare e ridotta riserva aerobica. Ciò influenzerebbe anche la tipizzazione muscolare scheletrica con una minore riserva di fibre a metabolismo ossidativo aerobico, indispensabili anche nella maggiore resistenza alla fatica. Inoltre non sono state riportate importanti controindicazioni nello svolgimento della stessa: in vari  trials randomizzati sull’efficacia dell’attività fisica nella SM, caratterizzati ancora una volta dalla estrema variabilità della durata e della tipologia dell’attività fisica svolta (aerobica, yoga, “resistance training”, esercizi in acqua), nonché dall’ampio range di disabilità dei partecipanti (EDSS tra 1,0 e 6,5) si è notato che nei soggetti che svolgevano attività fisica la frequenza di ricadute di malattia registrate durante gli studi è risultata addirittura minore rispetto ai controlli e si sono verificati eventi avversi solo nel 2% dei casi, nessuno dei quali serio o riconducibile a un peggioramento della malattia. Questa ampia letteratura ha portato a concludere che l’attività fisica, in soggetti con SM e disabilità da lieve a moderata, aumenta sia la forza muscolare che la capacità aerobica anche se le varie revisioni concordano nel sottolineare come la letteratura sui benefici dell’attività fisica nella SM soffra di limitazioni metodologiche che rendono difficile l’interpretazione dei dati ottenuti nei numerosi studi fin qui pubblicati.

La riabilitazione, invece, comprende quelle tecniche finalizzate a raggiungere e mantenere le capacità, intese come cognitive e fisiche, utili alla vita quotidiana sia autonoma che di relazione. La letteratura quindi le evidenze sulla utilità di tale trattamento sono molteplici: meta-analisi condotte da ricercatori italiani e internazionali mostrano che il 30-60% di soggetti affetti da SM presentano una o più cadute in meno di 12 mesi, e disturbi dell’equilibrio sono spesso individuati come un fattore di rischio di caduta. Il trattamento dei questi disturbi è stato oggetto di numerosi studi dove esercizi specifici, effettuati in stazione eretta o durante il cammino, sono stati eseguiti in differenti condizioni sensoriali (es. occhi chiusi) anche con l’ausilio di strumentazioni sofisticate quali pedane stabilometriche e treadmill. In ugual misura il trattamento dei disturbi di forza garantisce la maggiore resistenza fisica così come la riduzione della fatica. Ma perché un processo riabilitativo abbia senso, è indispensabile come gli elementi fondanti di tale percorso vengano garantiti: definizione di un trattamento riabilitativo non generico ma mirato al deficit funzionale che si intende riabilitare; il carico di lavoro, ovvero la possibilità di fornire un adeguato numero di sedute che possano determinare un miglioramento clinicamente significativo; l’intensità e la difficoltà delle attività proposte, in grado di stimolare il processo di riapprendimento/recupero.

In definitiva l’integrazione tra l’attività fisica e la riabilitazione garantirà un continuum terapeutico sintomatico: ciò potrà avvenire sia attraverso la “personalizzazione” di entrambi le modalità sulla base della quantità e qualità della disabilità espressa, sia attraverso l’approccio di diverse figure professionali che convergano verso l’obiettivo primario che è la stabilità clinica e il miglioramento della qualità di vita.

Bibliografia

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  3. Kinnett-Hopkins D, Adamson B, Rougeau K, et al. People with MS are less physically active than healthy controls but as active as those with other chronic diseases: An updated meta-analysis. Mult Scler Relat Disord 2017;13:38-43.
  4. Ploughman M, Beaulieu S, Harris C, et al. The Canadian survey of health, lifestyle and ageing with multiple sclerosis: methodology and initial results. BMJ Open 2014;4(7):e005718.
  5. Frau J, Coghe G, Lorefice L, et al. Attitude towards physical activity in patients with multiple sclerosis: a cohort study. Neurol Sci 2015;36(6):889-93.
  6. Kahraman T, Savci S, Coskuner-Poyraz E, et al. Determinants of physical activity in minimally impaired people with multiple sclerosis. Clin Neurol Neurosurg 2015;138:20-4.
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