La Sclerosi Multipla (SM) è una patologia progressiva che comporta lesioni cerebrali diffuse, che si accumulano nel tempo, e un’atrofia ingravescente sia corticale che parenchimale. Con questa premessa stupisce che il disturbo cognitivo compaia solo nel 50-70% dei pazienti. Cosa fa sì che circa un terzo dei malati di SM riesca a non sviluppare un impairment cognitivo, nonostante il danno parenchimale causato dalla malattia?

Le correlazioni tra carico lesionale, atrofia corticale e grado di deficit delle funzioni superiori sono modeste. Questo è vero non solo per l’SM, ma anche -ad esempio- per la malattia di Alzheimer. Esiste qualcosa che mitiga l’impatto della perdita parenchimale sul declino cognitivo. Questo è stato ipotizzato essere la cosiddetta “riserva cognitiva” (RC). Per RC si intende la combinazione tra fattori ereditari/genetici (Maximal Lifetime Brain Growth – MLBG, ovvero le potenzialità di crescita intrinseche del cervello) ed ambientali (arricchimento intellettivo). Il prodotto di queste variabili determina un bagaglio cognitivo che più sarà ampio, più permetterà di far fronte al declino cognitivo (1).

Un MLBG più elevato correla con una maggior efficienza cognitiva e attenua l’effetto negativo del carico lesionale sulle performance mentali (2). Un maggior arricchimento intellettivo determina migliori prestazioni nei test cognitivi, in particolare in task che richiedono funzioni mnesiche, e riduce l’effetto negativo dell’atrofia cerebrale (3). Inoltre, pur in pazienti con performance nella norma, quelli con un’RC più elevata richiedono, per ottenere gli stessi risultati, un pattern di risonanza magnetica funzionale di minore attivazione, cioè  un minor sforzo cognitivo (4).

Un importante studio italiano (5) ha confermato tali risultati: indipendentemente dall’atrofia cerebrale e dal livello di disabilità, questa ricerca ha infatti evidenziato una correlazione positiva tra l’RC (valutata definendo per la prima volta un indice della riserva cognitiva che tiene conto di tutte le componenti della stessa attraverso quoziente intellettivo, scolarità e attività del tempo libero) e i risultati ai test neuropsicologici. Inoltre altri contributi hanno evidenziato come la RC possa mitigare l’effetto di disabilità e depressione nei pazienti con SM (6), anche se tale dato è ancora controverso (7)

Una maggiore riserva cognitiva può determinare anche una diversa percezione della malattia. Uno studio condotto su dati del registro nordamericano dei pazienti con SM ha mostrato come ci sia correlazione tra RC elevata e livelli più bassi di disabilità percepita e migliori indici di qualità di vita (8).

Restano aperti alcuni dubbi riguardo alla teoria della riserva cognitiva. Sarà da quantificare meglio il reale impatto dell’RC sull’andamento della cognitività nei pazienti con SM, in particolare valutando il peso relativo dei fattori genetici e di quelli legati allo stile di vita. Ciò sottende un’implicazione pratica. La promozione di attività volte ad aumentare il bagaglio cognitivo (studio, lettura e attività ricreative) potrebbe infatti ridurre l’impatto della malattia sulle funzioni superiori, e potrebbe quindi essere considerata “terapeutica”. Ad oggi tuttavia non è ancora chiaro in che misura, e soprattutto se questo approccio sia applicabile solo a pazienti giovani e nelle fasi iniziali della malattia, o durante tutto il decorso della stessa.

Bibliografia

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