La cefalea è uno dei sintomi più frequenti del genere umano e spesso può diventare una vera malattia quando assume delle caratteristiche particolari, per cui diventa davvero fondamentale distinguere la cefalea “sintomo”, dall’emicrania “malattia”.  Nel primo caso la cefalea può essere la spia di una patologia spesso transitoria e/o occasionale (eccessiva stanchezza, stress, stato influenzale, etc) oppure secondaria ad una malattia sottostante (disturbi vascolari o dell’omeostasi, neoplasie, uso di sostanze, etc).  Nel secondo caso, invece l’emicrania è una vera e propria malattia neurovascolare cronica caratterizzata da ricorrenti attacchi di mal di testa associati a sintomi neurologici e autonomici con meccanismi fisiopatologici della malattia estremamente complessi che coinvolgono l’attivazione ipotalamica e trigeminovascolare, una ipereccitabilità del cervello, la depressione da diffusione corticale, il rilascio di peptidi pro-infiammatori, la sensibilizzazione periferica e centrale (1). Il corrispettivo clinico di questi complessi meccanismi fisiopatologici è caratterizzato da un processo dinamico sequenziale che può iniziare 24-48 ore prima del dolore con sintomi premonitori (stanchezza, irritabilità, cambio dell’umore, sbadiglio, desiderio per i dolci) per poi partire con  l’attacco vero e proprio che dura dalle 4 alle 72 ore (dolore spesso pulsante che peggiora con l’attività fisica, sintomi vegetativi variamente assortiti con nausea,  vomito, ipersensibilità a rumori e luci, per poi terminare con  la fase post-dromica (insofferenza, prostrazione, necessità continua di urinare, a volte diarrea). L’impatto della malattia emicranica è estremamente alto con una elevata prevalenza nella popolazione generale, circa il 12% (25% F e 8 % M), rappresenta la terza malattia più frequente al mondo e la seconda più disabilitante secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2), colpisce prevalentemente le donne e in particolare tra i venti e i cinquanta anni di età nel pieno del periodo produttivo. Nonostante ciò la malattia emicranica è come la punta di un iceberg, sottovalutata, solo il 25 per cento degli italiani la riconosce e di questi un terzo ha almeno un attacco alla settimana e mal diagnosticata dal medico, conseguentemente non viene debitamente curata con il grave rischio di passare da una forma a bassa frequenza di attacchi ad una forma di emicrania cronica con abuso farmacologico. Tuttavia per poter parlare di malattia emicranica bisognerebbe differenziare l’emicrania con bassa frequenza di crisi, arbitrariamente 1 crisi al mese, dall’emicrania ad alta frequenza di crisi che si perpetuano da anni e in cui si assiste a delle modifiche funzionali del Sistema Nervoso Centrale evidenziabili da dati biochimici, neurofisiologici e da neuroimmagini. Affinchè la malattia emicranica venga riconosciuta come tale dal paziente  e percepita da tutta la comunità non come un semplice mal di testa, deve assumere delle caratteristiche particolari in termini di intensità del dolore (moderata- severa), frequenza (elevata con almeno 4 attacchi mese, da anni), disabilità (significativo impatto sulla qualità della vita), fino a portare a modificazioni comportamentali e psicosociali tali da rendere insopportabile la sofferenza e la  disabilità facendola diventare un vero stigma sociale. Il concetto di stigma, utilizzato solo per malattie con grosso impatto sulla vita in generale, inteso come sinonimo di segno distintivo, in riferimento alla disapprovazione sociale di alcune caratteristiche personali (3), determina un processo socialmente e culturalmente integrato attraverso il quale gli individui sperimentano svalutazioni e discriminazioni. Concetto che nel lavoro di Jenkins, 2020 è stato associato anche al Covid-19 (4).  Precedentemente alcune malattie, come l’HIV, la depressione e l’epilessia, sono state segnalate per essere stigmatizzanti con conseguente “interruzione delle relazioni sociali, riduzione della qualità della vita e perdita di posti di lavoro”, condizioni tutte che ritroviamo nei pazienti emicranici con alta frequenza di crisi o cronici. A questo proposito nel lavoro di Young 2013 (5)  è stata confrontato il rischio di stigma, studiando 123 pazienti con emicrania episodica, 123 pazienti con emicrania cronica e 62 pazienti con epilessia per valutare la misura in cui lo stigma si associa all’emicrania, usando la malattia epilettica come confronto.   In questo modello, lo stigma  era simile per l’emicrania cronica e l’epilessia, risultando maggiore rispetto all’emicrania episodica (Fig. 1).

Lo stigma inoltre era strettamente correlato con l’incapacità di lavorare ed era maggiore per l’emicrania cronica rispetto all’epilessia o all’emicrania episodica perché i pazienti con emicrania cronica hanno evidenziato superiori limitazioni nella capacità lavorativa. In conclusione possiamo confermare, anche da un’ottica diversa, le forti limitazioni indotte dalla malattia emicranica che diventa tale soprattutto nella forma cronica o ad alta frequenza.

Bibliografia
  1. Rainero I, Roveta F2 Vacca A, Noviello C, Rubino E. Migraine pathways and the identification of novel therapeutic targets. (Expert Opin Ther Targets. 2020 Mar; 24 (3): 245-253.
  2. Global, regional, and national burden of migraine and tension-type headache, 1990–2016: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2016. GBD 2016 Headache CollaboratorsGBD 2016: still no improvement in the burden of migraine. Reuter U. Lancet Neurol. 2018 Nov;17(11):929-930
  3. Link BG, Phelan JC.  Conceptualizing stigma. 2001. Ann Rev Sociol 27: 363–385.)
  4. Jenkins WD, Bolinski R, Bresett J, Van Ham B, Fletcher S, Walters S, Friedman SR, Ezell JM, Pho M, Schneider J, Ouellet L. COVID-19 During the Opioid Epidemic – Exacerbation of Stigma and Vulnerabilities. J Rural Health. 2020 Apr 11. doi: 10.1111/jrh.12442. [Epub ahead of print] No abstract available. PMID: 3227773
  5. Young WB, Park JE, Tian IX, Kempner J. The stigma of migraine. PLoS One. 2013 Jan 16 ; 8(1): e54074. doi: 10.1371/journal.pone.0054074.
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